
Mercosur e agricoltura europea: tra libero scambio e rivoluzione dell’intelligenza artificiale
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Il mercato più grande del mondo che non piace agli agricoltori europei
Dopo 25 anni di gestazione, l’Unione europea ha dato il primo via libera all’accordo commerciale con i Paesi del Mercosur: Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, che creerebbe la più grande area di libero scambio al mondo. L’intesa è stata approvata a maggioranza qualificata, ma con il voto contrario di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda e l’astensione del Belgio. La firma è prevista per il 17 gennaio in Paraguay, dove si recherà Ursula von der Leyen per ulteriori accordi, mentre l’approvazione definitiva spetterà al Parlamento europeo.
L’accordo prevede l’eliminazione dei dazi su oltre il 90% dei prodotti scambiati tra Ue e Mercosur: l’Europa esporterebbe soprattutto auto, macchinari, farmaci e alimentari trasformati, mentre dal Sud America arriverebbero principalmente prodotti agricoli come carne bovina e di pollo, zucchero, riso e frutta. Bruxelles stima forti benefici economici per le imprese europee, con aumento dell’export, risparmi sui dazi e sostegno all’occupazione, inclusi importanti effetti positivi per l’Italia.
Le maggiori critiche arrivano dagli agricoltori europei, che temono concorrenza sleale e standard di sicurezza più bassi sui prodotti importati. Per questo l’accordo include misure di salvaguardia, limiti alle quantità importate di prodotti sensibili, tutela di 568 indicazioni geografiche europee (57 italiane) e l’abolizione dei dazi sui fertilizzanti. Nonostante queste garanzie, le proteste degli agricoltori sono già esplose in diverse città europee.
Nonostante le rosee previsioni per l’Italia, ipotizzate da Bruxelles, gli agricoltori del Bel Paese non sono favorevoli a questo accordo. Vedremo, nei prossimi mesi, chi ha torto e chi ha ragione.
In attesa, l’agricoltura europea e quella italiana in particolare stanno vivendo una trasformazione silenziosa ma radicale, guidata non dai trattati commerciali bensì dall’intelligenza artificiale e dalle tecnologie digitali che stanno riscrivendo il modo stesso di produrre cibo.
Mentre il dibattito politico si concentra su dazi, quote e timori di concorrenza dal Sud America, nei campi italiani si sperimenta già un futuro in cui algoritmi predittivi anticipano le malattie delle colture, modelli di machine learning suggeriscono quando irrigare o fertilizzare metro per metro e sistemi di visione artificiale distinguono in tempo reale ciò che va raccolto da ciò che va lasciato maturare. L’AI diventa così la vera leva strategica per difendere la competitività europea non sul prezzo ma sul valore, trasformando la pressione dei mercati globali in un acceleratore di innovazione. In questo scenario l’Italia gioca una partita peculiare, perché la frammentazione aziendale e la centralità delle produzioni di qualità rendono l’intelligenza artificiale non uno strumento di standardizzazione ma di personalizzazione estrema, capace di proteggere le identità territoriali attraverso tracciabilità digitale, certificazioni automatizzate e filiere trasparenti dal campo alla tavola.
L’eventuale apertura del mercato con il Mercosur, più che una minaccia, diventa così il contesto in cui l’AI assume un ruolo geopolitico, permettendo all’agricoltura europea di competere non abbassando gli standard ma rendendoli misurabili, verificabili e scalabili grazie ai dati. Sensori, satelliti e modelli linguistici che dialogano con gli agricoltori stanno già cambiando la governance del settore, spostando il baricentro dalle decisioni basate sull’esperienza a quelle supportate da sistemi intelligenti capaci di integrare clima, suolo, mercati e normative. In questo senso l’accordo UE-Mercosur appare quasi come un rumore di fondo rispetto a una dinamica più profonda, perché la vera linea di frattura non è tra continenti ma tra agricolture aumentate dall’AI e agricolture che restano analogiche.
L’Italia, se saprà investire in competenze, infrastrutture digitali e accesso equo alla tecnologia, può trasformare questa transizione in un vantaggio competitivo strutturale, facendo dell’intelligenza artificiale non solo un alleato della produttività ma il custode intelligente di sostenibilità, qualità e identità agroalimentare in un mondo sempre più interconnesso.


