
Manager Room | LUCA COLOMBO: il mondo nel 2026: liberi tutti?
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ISPI 2026 – RAPPORTO
Nel 2026 l’Intelligenza Artificiale smette definitivamente di essere una promessa e diventa un test di realtà. Non per la tecnologia, che corre molto più veloce delle aspettative, ma per l’economia europea e, soprattutto, per quella italiana ancora intrappolata in un riflesso condizionato fatto di prudenza, regolazione preventiva e crescita a bassa intensità. I numeri che arrivano dalle analisi di Assolombarda parlano chiaro: la Lombardia accelera, il PIL torna a crescere intorno allo 0,8–0,9%, l’occupazione risale di circa l’1% e i servizi avanzati continuano a trainare il sistema. Ma il dato più interessante non è quanto cresciamo, bensì come cresciamo e, soprattutto, quanto rischiamo di restare indietro rispetto ai mercati che hanno già deciso che l’AI non è un tema etico o culturale, ma una leva industriale.
Negli Stati Uniti e in Asia, l’AI è già infrastruttura. In Europa è ancora dibattito. Nel 2026 questa differenza inizia a pesare sul PIL più dei tassi di interesse. L’Italia, in particolare, si muove in equilibrio instabile: da un lato un tessuto imprenditoriale che intuisce il potenziale dell’automazione intelligente, dall’altro un sistema Paese che continua a trattare l’innovazione come un progetto pilota, possibilmente finanziato da un bando e incorniciato da una governance rassicurante. Il risultato è una crescita che riparte, sì, ma senza lo slancio che servirebbe per colmare il divario competitivo accumulato nell’ultimo decennio.
Eppure, i segnali di discontinuità ci sono. Assolombarda legge il biennio 2026–2027 come il momento in cui l’AI entra nel cuore dei processi decisionali, non solo nelle demo. Generative AI, automazione dei flussi, analisi predittiva e modelli organizzativi aumentati iniziano a ridefinire il modo in cui le imprese pianificano, producono, assumono e competono. Non è un caso che nel 2026 il Forum “Forgiare il futuro” metta al centro proprio l’AI come acceleratore di produttività nazionale: è un messaggio politico-industriale più che tecnologico. Il sottotesto è chiaro: se l’AI non aumenta la produttività, il problema non è l’AI.
Il punto critico resta l’adozione reale, soprattutto nelle PMI. L’Italia è il Paese delle eccellenze diffuse e delle innovazioni a metà. Nel 2026 molte imprese iniziano finalmente a superare la fase dell’“AI curiosity” per passare ai proof of concept veri, quelli che automatizzano processi, riducono costi, migliorano la gestione del rischio, integrano strumenti Fintech e soluzioni di cybersecurity. Ma il ritmo è ancora troppo lento per un’economia che compete con sistemi abituati a scalare in mesi, non in anni. In Europa regoliamo, negli USA implementano. Nel 2027 questo gap rischia di diventare strutturale.
C’è poi il grande tema che nessun algoritmo risolve: il capitale umano. L’occupazione cresce, ma la disponibilità di competenze no. Il calo demografico, la fuga dei talenti e un upskilling ancora frammentato trasformano il 2026 in un anno paradossale: più AI, meno persone in grado di governarla. Il rischio, nel 2027, è quello di un’adozione asimmetrica, dove poche aziende molto avanzate corrono e il resto del sistema resta indietro, alimentando una nuova forma di dualismo imprenditoriale.
A fare da sfondo ci sono eventi e variabili che amplificano tutto. Le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 portano investimenti, infrastrutture e visibilità internazionale, ma non garantiscono automaticamente innovazione strutturale. La nuova ISO 9001:2026 spinge verso agilità e approcci lean (che in Italia sono spesso fraintesi) ma senza una vera integrazione dell’AI rischia di restare un esercizio di compliance evoluta. E poi ci sono le incognite globali: geopolitica instabile, dazi, capacità reale di spendere i fondi del PNRR e di Horizon Europe 2025–2027 senza disperderli in microprogetti a basso impatto.
Il 2027, con questo scenario, sarà l’anno della verità. O l’AI diventerà finalmente una leva sistemica della crescita italiana, oppure resterà un moltiplicatore di divari. Perché l’AI non è democratica: premia chi decide in fretta, investe prima e accetta il rischio. L’Europa, e l’Italia in particolare, sono davanti a una scelta scomoda ma inevitabile: continuare a governare il futuro con la logica del controllo, o iniziare a competere con quella della velocità. Nel frattempo, il mercato non aspetta. E l’AI, di certo, nemmeno.
Dunque, quale futuro ci aspetta?
Sul tema rivolgiamo due domande a LUCA COLOMBO, Country Director di Meta in Italia, in occasione dell’evento “Il mondo nel 2026: liberi tutti?”

L’Europa regola, gli altri producono. La UE è sempre più attiva nella regolamentazione tecnologica, mentre produzione e scale-up dell’hardware avvengono altrove. Non c’è il rischio che l’Europa stia diventando il “legislatore del mondo” ma il fornitore di mercato per tecnologie sviluppate da altri?
Se ci concentriamo sulle applicazioni concrete della tecnologia, l’Europa può ancora giocare un ruolo di leadership nel campo dell’intelligenza artificiale. L’AI sta già creando valore quando viene integrata in prodotti e servizi che accompagnano la vita quotidiana, come i wearable, un ambito in cui il nostro continente ha costruito un ecosistema industriale solido e competitivo. Dalla manifattura al design fino ai componenti tecnologici, esistono filiere europee integrate su scala globale, con aziende come EssilorLuxottica che possono fungere da fulcro di questo ecosistema. Queste applicazioni, sempre più adottate, hanno già un impatto concreto sul fronte dell’accessibilità: l’AI consente a persone non vedenti o ipovedenti di leggere testi e messaggi, descrivere l’ambiente circostante e fornire assistenza contestuale in tempo reale, aumentando la loro autonomia e indipendenza. È la dimostrazione che l’Europa può essere un luogo di sviluppo e innovazione, se supportata da un framework normativo capace di favorire investimenti, collaborazione industriale e innovazione.
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Regolamentazione europea: tutela o penalizzazione? Le regole europee su sicurezza, sostenibilità e responsabilità hanno conseguenze pesanti sull’hardware. Siamo sicuri che stiano proteggendo davvero i cittadini o stanno soprattutto penalizzando le imprese europee rispetto a concorrenti extra-UE che giocano con meno vincoli?
L’attuale approccio normativo europeo, con circa 270 autorità di regolamentazione digitale e oltre 100 leggi diverse, rischia di rallentare ed ostacolare la competitività di imprese e consumatori, invece di proteggerli. Le imprese europee operano in un contesto normativo frammentato, che rallenta lo sviluppo di nuovi prodotti e pesa soprattutto su chi innova e cresce. Un esempio concreto è il Regolamento europeo sulle batterie e il loro smaltimento: obblighi pensati per altre categorie di dispositivi rischiano di tradursi in smartglasses più pesanti, più ingombranti e con minore autonomia, quindi meno utili per le persone. Esempi come questo costringono le aziende europee a riprogettare i prodotti, mentre i concorrenti extra-UE non affrontano gli stessi vincoli nei loro mercati di riferimento. È necessario un cambio di approccio: una regolamentazione “intelligente”, focalizzata non sulla tecnologia in sé ma sui casi d’uso e sui rischi reali, che non penalizzi la competitività industriale europea in un settore dal potenziale enorme.
Giuliana Gagliardi
Editor-in-Chief DiPLANET.Tech

