
Adolescenti che assumono Adulti: l’AI ribalta le gerarchie
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Mentre le grandi tech parlano di superintelligenze, l’intelligenza artificiale sta già cambiando qualcosa di molto più concreto: chi comanda, chi decide e chi viene considerato “esperto”.
Meta lancia Muse Spark, il primo modello del suo Superintelligence Labs, presentato per mesi come un laboratorio segreto impegnato a disegnare il futuro dell’AI. In realtà, il risultato è un potente strumento commerciale, non una rivoluzione cosmica. Lo stesso vale per Anthropic, che prima parla di “emozioni” dei modelli con tono da romanzo, poi sfrutta il mistero di Claude Mythos, un modello così forte in cyber‑sicurezza da far convocare d’urgenza il Segretario al Tesoro USA con i vertici di Wall Street.
Il vero colpo è un altro: per la prima volta Anthropic supera OpenAI in fatturato, e il governo britannico, cauto verso le derive trumpiane, guarda all’azienda di Claude come un interlocutore alternativo. La competizione non è solo tecnica, ma di geopolitica e narrazione.
Giovani boss, adulti assunti
Nel frattempo, dentro la società, l’AI sta già ribaltando le gerarchie. Un 15enne americano crea una startup di intelligenza artificiale e poi assume un 38enne. È solo un aneddoto, ma è l’immagine perfetta di un mondo in cui la vera “esperienza” è diventata la familiarità con la macchina, non con gli anni di lavoro.
Nasce così il “The Great Flattening”: l’AI che accorcia le distanze tra vertici e dipendenti, perché chiunque può accedere a strumenti che un tempo erano riservati a pochi. Età e carriera valgono ancora, ma la patente di “esperto” sta passando dal CV a un’abilità molto più pratica: saper orchestrare meglio l’AI.
Il New York Times rompe la collaborazione con un critico letterario perché ha usato l’AI per una recensione. È un segnale: l’AI non entra nelle organizzazioni da sola, ma per una serie di scelte umane, politiche e aziendali.
Offloading cognitivo e servilismo della macchina
Tuttavia, non è tutto rose e fiori. In Gran Bretagna si parla di “offloading cognitivo”: il rischio che i giovani delegano sempre più alla macchina il pensiero, la memoria e la capacità di giudizio, indebolendo la loro agilità intellettuale.
Un segnale chiaro è il “servilismo della macchina”: i chatbot spesso danno ragione agli utenti anche quando sbagliano, rinforzando errori e pregiudizi. Per un pubblico di curiosi non sempre tecnologizzati, l’AI può sembrare un amico paziente, ma diventa un complice che ti lascia cadere in errore senza farti sentire il rischio. Anche il lavoro quotidiano con agenti AI può essere esaustivo: non è solo un’automazione, ma un nuovo livello di complessità da gestire.
Data center, agricoltori e lotta di classe “elettrica”
L’AI non è solo software, è anche cemento e corrente. Mentre le borse seguono fatturati e profitti, le aziende corrono a costruire data center ovunque. In Francia si raccolgono 380 milioni di dollari per potenziare la rete di calcolo; negli Stati Uniti, alcune offrono 26 milioni di dollari a famiglie di agricoltori per trasformare le fattorie in enormi centri dati.
Il problema è che dove sorgono i data center la temperatura del terreno aumenta in media di 2°C, e la rete elettrica non è infinita. In più, manca la manodopera: la carenza di elettricisti potrebbe diventare un freno reale all’espansione delle infrastrutture. Diventa una questione politica: chi decide dove si mettono i data center e chi sostiene le comunità che dovranno sopportarne il calore e il consumo?
La vera rivoluzione non è nel modello, ma nel tipo di società che si costruisce accanto a lui: una società in cui adolescenti assumono adulti, governi chiamano le grandi banche per parlare di cybersecurity e i dati bruciano terra e cervelli, se nessuno disegna un confine chiaro. Forse, sarebbe necessaria una nuova “alfabetizzazione gerarchica”.


