
Manager Room | SEBASTIANO PARILLO: Salone del Risparmio 2026: AI, tutti ne parlano. Nessuno la vede
I cancelli dell’Allianz MiCo si sono appena chiusi a conclusione della sedicesima edizione del Salone del Risparmio di Milano. Cosa è rimasto di quei tre giorni? L’impressione è stata quella di trovarsi di fronte a un settore che, pur parlando la lingua del futuro, cammina ancora con il passo prudente del Vecchio Continente.
Il tema di quest’anno, “Risparmio in movimento”, suona quasi come un’esortazione terapeutica per un’Italia che vanta una liquidità privata monumentale ma paralizzata, intrappolata in conti correnti che l’inflazione — tornata a mordere in maniera sostanziosa — sta lentamente erodendo. La missione dichiarata da Maria Luisa Gota di Assogestioni è trasformare questo patrimonio in “carburante” per l’economia reale, un obiettivo nobile che tuttavia deve fare i conti con un ecosistema fintech europeo che appare ancora frammentato e troppo spesso soffocato da un eccesso di zelo regolamentare.
Se da un lato l’intelligenza artificiale viene celebrata nei panel milanesi come il nuovo oracolo della gestione patrimoniale, capace di democratizzare strategie una volta riservate agli ultra-high-net-worth, dall’altro resta il sospetto che l’Europa stia costruendo una bellissima cattedrale di norme senza avere ancora i titani tecnologici per abitarla. Mentre gli investitori americani cavalcano la “seconda ondata” dell’AI — spostando il focus dai semiconduttori al software applicativo — il panorama europeo sembra più impegnato a perimetrare il rischio che a scatenare una inarrestabile innovazione.
Il paradosso europeo: tra maturità tecnologica e rigidità istituzionale
Il settore degli asset digitali sta inviando segnali di maturità non più trascurabili. Un esempio lampante è rappresentato da realtà come CheckSig, che attraverso standard rigorosi di custodia e trasparenza per gli investitori istituzionali dimostrano come il mondo Bitcoin stia uscendo dalla sua “fase selvaggia” per integrarsi nei portafogli del risparmio gestito. Tuttavia, a questa evoluzione dal basso non corrisponde una simmetrica apertura dall’alto.
La netta chiusura di Christine Lagarde e della BCE verso le stablecoin — viste più come una minaccia alla sovranità monetaria che come un’opportunità di efficienza — rivela una resistenza sistemica profonda. Questa divergenza rischia di diventare il principale freno alla creazione della Savings and Investments Union. Se l’obiettivo dei vertici del risparmio è quello di mobilitare i capitali privati per finanziare la crescita del Continente, ignorare o ostacolare l’infrastruttura tecnologica dei nuovi asset digitali potrebbe rallentare proprio quel processo di integrazione dei mercati dei capitali tanto auspicato da Bruxelles.
In questo teatro di ambizioni, i grandi player come Fineco, Azimut e Mediolanum accelerano sulla consulenza evoluta, tentando di colmare il gap tra il risparmiatore medio e i mercati privati. È una corsa contro il tempo: la “policrisi” globale e la volatilità del Brent impongono una gestione attiva che non può più prescindere dagli algoritmi. Eppure, il vero banco di prova per il fintech nostrano non sarà la capacità di generare slide accattivanti sull’AI generativa, ma la forza di abbattere le barriere d’accesso a un mercato dei capitali che resta ancora troppo elitario. Il Salone del Risparmio 2026 ci consegna l’immagine di un’industria che ha finalmente capito la direzione del vento, ma che deve ancora dimostrare di saper dispiegare le vele senza restare impigliata nelle cime di una burocrazia continentale che, nel tentativo di proteggere il risparmiatore, rischia talvolta di isolarlo dal progresso.
Ed è forse questo il dato più interessante emerso a Milano: nel wealth management europeo l’intelligenza artificiale è ormai obbligatoria nel linguaggio, ma non ancora nella consapevolezza.
Parliamo con Sebastiano PARILLO dei nuovi scenari del risparmio gestito, fra innovazione tecnologica e professionalità tradizionale”

Sebastiano Parillo è CEO e co‑founder di UNO Capital SCF, una delle più interessanti realtà in crescita a livello nazionale nel panorama delle società di consulenza finanziaria autonoma.
Tra i talenti italiani under 30 riconosciuti da Forbes nella categoria Finance, Parillo è uno dei volti emergenti del panorama consulenziale per il suo impegno nel promuovere un modello fee‑only e privo di conflitti d’interesse, centrato esclusivamente sul valore per l’investitore.
Economista di formazione, ha studiato alla LUISS Guido Carli e ha completato un Master of Science in International Finance alla Rennes School of Business, percorsi che hanno consolidato la sua base tecnica prima di avviare la carriera nel mondo della consulenza e del wealth management.
È Consulente Finanziario Autonomo e uno dei primi professionisti certificati CFP( Certified Financial Planner) in Italia; oltre all’attività consulenziale è autore di pubblicazioni di divulgazione finanziaria, tra cui il recente Medicina del denaro — Le 51 risposte per la cura del tuo patrimonio, pensato per rendere la finanza pratica e accessibile a famiglie e risparmiatori.
Partecipa regolarmente a dibattiti e interventi sui media economici (tra cui contributi su Il Sole 24 Ore), e si occupa di asset allocation e pianificazione previdenziale e promuove la cultura della consulenza indipendente sul territorio nazionale.
A livello associativo sostiene il modello Fee‑Only come socio di NAFOP (National Association of Fee‑Only Planners) e contribuisce alla diffusione della professionalità certificata tra i consulenti finanziari del Paese.
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“Al recente Salone del Risparmio si è parlato molto di mercati, scenari geopolitici e consulenza tradizionale, ma pochissimo di AI e Fintech: è prudenza professionale o il rischio concreto che il settore del wealth management italiano stia sottovalutando una trasformazione già in corso?
Il Salone di quest’anno si è svolto in un contesto economico e geopolitico particolarmente delicato, ed è naturale che i temi legati ai mercati abbiano occupato gran parte del dibattito. Non credo però che il settore stia sottovalutando l’AI o il Fintech. Piuttosto, molti operatori stanno lavorando in silenzio per capire come integrare davvero queste tecnologie nei processi quotidiani e nella relazione con il cliente.
Oggi l’investitore, prima di prendere una decisione, passa quasi sempre anche da strumenti di intelligenza artificiale. È una realtà con cui il settore deve confrontarsi. Allo stesso tempo, parliamo di una tecnologia che evolve a una velocità impressionante e che richiede ancora tempo per essere compresa fino in fondo e comunicata agli investitori in modo chiaro e responsabile.
Va poi ricordato che il wealth management italiano nasce storicamente da un modello molto relazionale, spesso legato alle figure commerciali delle banche precedentemente chiamati promotori finanziari e oggi denominati Consulenti Finanziari abilitati all’offerta fuori sede, dove il rapporto umano ha sempre avuto un peso centrale. Per questo la trasformazione sarà profonda, ma probabilmente più graduale rispetto ad altri settori.
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“Lei sostiene che la relazione umana resti centrale nella gestione dei patrimoni. Ma se un algoritmo oggi riesce ad analizzare portafogli, profili di rischio e scenari macroeconomici in pochi secondi, qual è il vero valore aggiunto che un grande consulente umano può ancora difendere?”
L’intelligenza artificiale diventerà sempre più efficace nella componente tecnica della consulenza finanziaria. Analisi, simulazioni, allocazioni e gestione dei dati potranno essere automatizzate quasi completamente. Ma il punto è che gli investimenti non sono solo numeri: sono emozioni, paure, aspettative e comportamenti.
L’investitore vive continuamente tensioni psicologiche, soprattutto nei momenti di volatilità o di crisi dei mercati, come abbiamo visto anche negli ultimi mesi. In quei momenti il valore del consulente non è semplicemente “dire cosa comprare”, ma aiutare il cliente a prendere decisioni lucide quando emotivamente sarebbe portato a fare l’opposto.
C’è poi un altro aspetto fondamentale: molte persone non hanno una reale consapevolezza del proprio rapporto con il rischio, dei propri obiettivi o dei limiti emotivi che possono emergere durante il percorso. Se manca questa comprensione profonda, anche l’utilizzo dell’AI rischia di diventare inefficace o addirittura dannoso. La tecnologia può supportare la scelta, ma serve ancora qualcuno capace di interpretare davvero la persona che c’è dietro il patrimonio.
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“Molti operatori del settore guardano con sospetto l’intelligenza artificiale applicata alla consulenza finanziaria. Non teme che questo scetticismo assomigli a quello con cui le banche tradizionali, anni fa, liquidavano l’home banking o le prime piattaforme digitali?”
In parte sì. Ogni innovazione importante all’inizio genera diffidenza, soprattutto nei settori più tradizionali. Però oggi bisogna anche distinguere tra aspettative e realtà. Gli strumenti di AI attualmente accessibili al grande pubblico sono molto utili per informarsi, chiarirsi le idee e aumentare la consapevolezza finanziaria, ma spesso non riescono ancora a trasformare quella teoria in decisioni concrete, sostenibili nel tempo e aggiornate in modo puntuale alla normativa di riferimento.
Mi capita frequentemente di confrontarmi con investitori che hanno iniziato a studiare attraverso strumenti di AI e poi hanno scelto di affidarsi a un professionista per validare le proprie decisioni o sciogliere dubbi che la tecnologia non era riuscita a risolvere.
E questo, in realtà, è un segnale positivo. Quando l’AI viene utilizzata come strumento di formazione e consapevolezza, il dialogo tra cliente e consulente diventa molto più evoluto ed efficiente. I professionisti più giovani lo hanno già capito: il futuro della consulenza richiederà inevitabilmente una convivenza con l’intelligenza artificiale. Ignorarla sarebbe un errore; comprenderla e governarla sarà invece un vantaggio competitivo.
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“Se tra cinque anni i clienti più giovani pretenderanno consulenza ibrida, report generati dall’AI e servizi finanziari sempre disponibili via piattaforme intelligenti, chi oggi ignora le tecnologie Fintech rischia di perdere competitività o addirittura rilevanza?”
Il rischio esiste ed è concreto. Le aspettative dei clienti stanno cambiando rapidamente e il settore dovrà evolvere insieme a loro. Nei prossimi anni assisteremo a uno dei più grandi passaggi generazionali di ricchezza della storia recente: patrimoni costruiti da generazioni cresciute in un mondo analogico passeranno a generazioni native digitali, abituate a servizi immediati, personalizzati e accessibili in qualsiasi momento.
Questo cambierà inevitabilmente il modo di vivere anche la consulenza finanziaria. Le piattaforme, la user experience e i modelli di servizio dovranno diventare più intuitivi, più trasparenti e più integrati con strumenti tecnologici avanzati.
Ma attenzione: la tecnologia da sola non basta. Il vero valore sarà riuscire a combinare efficienza digitale e relazione umana. Chi riuscirà a creare questa sintesi avrà un enorme vantaggio competitivo. Chi invece resterà fermo ai modelli tradizionali rischierà progressivamente di perdere rilevanza, soprattutto verso le nuove generazioni di investitori.
Giuliana Gagliardi
Editor-in-Chief DiPLANET.Tech

