
La nuova Silicon Valley italiana nasce a Milano: il boom dei data center tra AI, energia e sostenibilità
Nel sud di Milano, fra Lacchiarella e Zibido San Giacomo, sta nascendo quello che promette di diventare il più grande campus di data center mai progettato in Italia: un investimento nell’ordine di alcuni miliardi di euro per cinque edifici destinati a ospitare la spina dorsale digitale del cloud, dell’intelligenza artificiale e dei servizi online di prossima generazione. Per le big tech è un tassello strategico nella corsa a trasformare la Lombardia in hub digitale del Mediterraneo; per molti residenti – invece – rappresenta una minaccia molto concreta in termini di consumo di energia, acqua, suolo e qualità della vita.
Nel quadro italiano, il boom dei data center è ormai evidente. In poco più di un decennio il numero di strutture operative è passato da poche decine a oltre duecento impianti, inseriti in un panorama globale che conta più di 10.000 centri dati. Il campus di Lacchiarella sorgerà in un’area verde del Parco Agricolo Sud, direttamente connessa alla rete ad alta tensione attraverso una nuova stazione elettrica Terna e una rete di elettrodotti dedicati. Secondo i comitati locali, a regime il solo sito potrebbe richiedere un fabbisogno annuo di elettricità paragonabile a quello di una grande città italiana- come Bologna – concentrato in pochi capannoni climatizzati 24 ore su 24. A preoccupare non sono solo gli ordini di grandezza – potenze dell’ordine di centinaia di megawatt, in linea con i poli iperscalabili internazionali – ma l’effetto che una concentrazione così elevata di consumo potrebbe avere sulla rete locale, sulle tariffe e sul mix energetico nazionale.
Negli ultimi anni la domanda elettrica dei data center italiani è cresciuta a doppia cifra, sospinta dall’espansione del cloud e dall’arrivo di infrastrutture “AI-ready” capaci di alimentare modelli generativi sempre più voraci. Alcune analisi indicano che, se lo sviluppo resterà concentrato su pochi grandi poli ad alta intensità, entro la metà del prossimo decennio i centri dati potrebbero assorbire una quota non trascurabile dell’elettricità nazionale, mettendo ulteriormente sotto pressione un sistema già impegnato nella transizione energetica. Il paradosso è che, nonostante questa corsa, la capacità complessiva resta ancora inferiore a quella dei partner europei: l’Italia sconta un ritardo rispetto a Germania e Regno Unito, ma tende a colmarlo rapidamente con una pipeline di investimenti che promette di moltiplicare di diverse volte la potenza installata entro il 2030.
Accanto alla questione dei consumi, emerge quella del calore e del microclima. Il raffreddamento continuo di server ad alta densità genera grandi quantità di calore di scarto e può creare una vera e propria “isola di calore” attorno al sito, con incrementi percepibili di temperatura in un raggio di qualche chilometro. Si tratta di un tema delicato in un contesto già segnato dal cambiamento climatico, dove ondate di calore ricorrenti e stress idrico rendono più visibili gli effetti locali delle scelte infrastrutturali. Al tempo stesso, queste stesse quantità di calore si configurano come una risorsa energetica potenzialmente recuperabile: studi di settore stimano che, se integrate in reti di teleriscaldamento e progetti urbani di nuova generazione, potrebbero alimentare, almeno sulla carta, il fabbisogno termico di milioni di famiglie. Nel campus lombardo, per ora, gli abitanti si interrogano più sui rischi che sulle opportunità.
Sul piano ambientale, l’impianto si colloca in una zona grigia fra innovazione digitale e industria pesante. Il ricorso a decine di generatori diesel di emergenza, con capacità di stoccaggio complessiva di migliaia di litri di combustibile, fa ricadere il sito nel perimetro della normativa sui rischi di incidente rilevante: la disciplina Seveso III, nata per impianti chimici e petroliferi, viene così applicata a infrastrutture informatiche. La percezione di vivere accanto a una “fabbrica digitale” che, in caso di guasto, può attivare batterie di motori diesel non contribuisce a rassicurare i residenti. Sul fronte idrico il dibattito è altrettanto acceso: i progetti più moderni promettono circuiti chiusi e sistemi di recupero, con un uso minimo di acqua; eppure, in un territorio già segnato da siccità ricorrenti, il timore è che anche un prelievo relativamente contenuto per il raffreddamento finisca per sommarsi alla pressione su falde e agricoltura.
Il caso di Lacchiarella si inserisce in un fenomeno globale. Secondo le stime più recenti, i data center consumano oggi tra l’1,5% e il 3% dell’elettricità mondiale, pari a diverse centinaia di terawattora all’anno, con una crescita annua che, dal 2017, supera il ritmo di molti altri settori. Gli Stati Uniti concentrano quasi la metà di questo consumo, seguiti da Cina ed Europa, mentre la diffusione dell’intelligenza artificiale generativa aggiunge un’ulteriore spinta verso l’alto. In scenari di forte crescita, entro il 2030 i centri dati potrebbero avvicinarsi a volumi di elettricità paragonabili a quelli di un grande paese industrializzato, come il Giappone, ribaltando la percezione di un’industria invisibile e tutto sommato marginale. Il vero nodo, però, è l’acqua: alcune analisi suggeriscono che la quantità utilizzata, a livello globale, per il raffreddamento dei data center equivalga, in termini di volume, al fabbisogno annuo di centinaia di milioni di persone. Si tratta di stime, ma basterebbe anche una loro frazione per giustificare l’attuale dibattito sulla localizzazione di queste “gigafabbriche digitali” in aree già esposte a stress idrico.
Non tutte le esperienze nel mondo, tuttavia, si riducono al conflitto fra consumo di risorse e proteste locali. Nel Nord Europa, in paesi come Danimarca, Svezia e Finlandia, diversi operatori hanno legato la costruzione di data center all’obbligo – o alla convenienza economica – di cedere calore alle reti di teleriscaldamento urbano, trasformando il problema del raffreddamento in un servizio per quartieri residenziali e impianti pubblici. In Irlanda e nei Paesi Bassi, dopo anni di crescita incontrollata, le autorità hanno introdotto moratorie e limiti stringenti, imponendo ai nuovi impianti di dimostrare un bilancio energetico e idrico sostenibile prima di ottenere autorizzazioni. Negli Stati Uniti e in Asia, nei grandi poli cloud, è sempre più diffuso il modello di data center collocati in prossimità di centrali rinnovabili dedicate – eolico, solare, talvolta nucleare – con contratti di lungo periodo che puntano a disaccoppiare, almeno in parte, la crescita del digitale dalle emissioni fossili.
Anche in Italia iniziano a emergere segnali di un possibile cambio di paradigma. Nell’hinterland milanese, progetti come quello di Rozzano sperimentano il recupero del calore di server e infrastrutture per ridurre il fabbisogno termico circostante e migliorare il rendimento energetico complessivo. Sono ancora iniziative pilota, ma indicano una direzione diversa da quella di un semplice accumulo di capannoni ad alta densità elettrica in aree agricole. In parallelo, la politica regionale prova a dotarsi di strumenti di governo: la Lombardia discute leggi-quadro per regolare localizzazione, standard di efficienza, uso dell’acqua e rapporto con le comunità ospitanti, nel tentativo di evitare che il boom di investimenti si traduca in una sequenza di decisioni frammentate, guidate solo dalla domanda di mercato e dalla disponibilità di terreni.
La vera posta in gioco, a Lacchiarella come altrove, è chi decide il modello di sviluppo. Quella che, sulla carta, appare come una vertenza locale nasce dal punto di frizione fra la retorica dell’“Italia hub digitale” e i limiti fisici di energia, acqua e suolo. Da un lato c’è una nuova filiera industriale – infrastrutture cloud, intelligenza artificiale, servizi dati – che promette miliardi di euro di investimenti, posti di lavoro qualificati e un salto di competitività; dall’altro c’è una cittadinanza che chiede trasparenza su consumi, rischi sanitari, impatto climatico e benefici reali per i territori che ospitano queste infrastrutture. La domanda non è semplicemente se costruire o meno un mega data center, ma con quali condizioni: quanta quota di energia rinnovabile vincolare per legge, quali standard di efficienza e di recupero termico imporre, come compensare il consumo di suolo agricolo, quale ruolo riconoscere ai comuni nella governance di queste nuove infrastrutture critiche.
La scelta che si compirà a Lacchiarella dirà molto sul tipo di “Silicon Valley lombarda” che il Paese vuole davvero. Da una parte, l’ipotesi di un’industria digitale ad alta impronta ecologica, calata dall’alto e orientata quasi esclusivamente alle esigenze delle grandi piattaforme globali; dall’altra, quella di un’architettura di dati che si integra nel tessuto urbano, contrattata con chi dovrà conviverci per decenni e legata a standard ambientali più rigorosi. In un’epoca in cui la capacità di calcolo è presentata come infrastruttura essenziale quanto strade e ferrovie, il modo in cui verrà costruita – e negoziata – questa nuova dorsale digitale della Lombardia finirà per definire non solo il paesaggio del Sud Milano, ma il rapporto fra innovazione e democrazia nel resto del Paese.


