
Regno Unito, stop ai social per gli under 16: la sfida agli algoritmi che stanno cambiando l’infanzia digitale
NIENTE SOCIAL: SIAMO INGLESI
Il Regno Unito ha deciso: niente social per gli under 16. Ad annunciarlo è stato il premier Keir Starmer, che ha presentato il divieto come una misura necessaria per proteggere bambini e adolescenti dai rischi della vita online.
Per anni il mantra della Silicon Valley è stato semplice: connettere tutti, sempre, il più presto possibile. Nel frattempo gli algoritmi sono diventati sofisticatissimi nel catturare attenzione, prevedere comportamenti, ottimizzare permanenza e coinvolgimento. Risultato? Ragazzi che trascorrono ore dentro piattaforme progettate per non essere mai davvero abbandonate.
Vietare i social ai minori è una scelta che fa rumore. Ma il rumore non coincide sempre con l’innovazione.
Adesso i vari governi sembrano aver scoperto qualcosa che molti genitori, insegnanti e ricercatori raccontano da anni: il problema non è che i ragazzi usano internet. Il problema è che internet, nella sua versione social algoritmica, usa i ragazzi.
La scelta britannica arriva dopo il precedente australiano e si inserisce in una corsa globale alla regolamentazione: Francia, Grecia, Norvegia, Spagna, Portogallo e altri Paesi stanno discutendo identici provvedimenti.
Che cosa è davvero vietato?
Instagram? TikTok? Facebook? WhatsApp? Se un’app serve a parlare con i genitori resta “utile”, ma se viene utilizzata per altri scopi, diventa improvvisamente “pericolosa”? La distinzione sembra meno tecnologica e più culturale.
Il punto è che nel 2026 definire cosa sia un social è quasi impossibile: ogni piattaforma incorpora messaggi, video, feed, AI generativa, community e intrattenimento. Vietare una categoria rischia di inseguire un oggetto che cambia forma ogni sei mesi.
E poi c’è il tema che nessuno ama affrontare davvero: la verifica dell’età.
Per impedire l’accesso ai minori bisogna identificare gli utenti. Quindi più controlli, più documenti, più dati personali. Paradossalmente, per proteggere i ragazzi dall’eccesso di esposizione digitale potremmo chiedere a tutti di consegnare ancora più identità alle piattaforme.
La vera domanda, allora, non è se i social facciano male ai minori.
La domanda è: se gli algoritmi sono troppo potenti per gli adolescenti, siamo sicuri che siano innocui per gli adulti?
Per anni abbiamo raccontato che la tecnologia avrebbe educato il mondo. Oggi sembra che il mondo stia chiedendo alla politica di educare la tecnologia.
E forse è questa la notizia più interessante di tutte.

