Revolut, l’attacco hacker che ha bucato la Fiducia e non la Banca
REVOLUT, la ormai famosa fintech britannica creata a Londra nel 2015, è oggi al centro di un grave incidente di cybersecurity che ha coinvolto circa 680 clienti. Ma il dettaglio più allarmante riguarda l’Italia. Gli aggressori avrebbero impersonato un ente delle forze dell’ordine italiane, utilizzando comunicazioni apparentemente istituzionali per convincere Revolut a fornire informazioni sensibili.
Non solo dati bancari: dietro l’attacco a Revolut spunta anche una sofisticata operazione di impersonificazione delle istituzioni italiane. A rivendicare la violazione è il gruppo “I Am Not A Villain”, che sostiene di aver compromesso i sistemi della banca digitale britannica dopo mesi di attività.
Secondo quanto riferito al Financial Times, gli hacker affermano di essere entrati in possesso di circa 147 gigabyte di materiale, compresi documenti interni e conversazioni attribuite ad agenti. Il gruppo sostiene inoltre di aver sottratto informazioni relative a 680 clienti internazionali di Revolut.
La richiesta è quella tipica degli attacchi a scopo estorsivo: tre milioni di dollari entro 24 ore, con la minaccia di mettere i dati sul mercato criminale in caso di mancato pagamento.
Tra i dati che sarebbero stati ottenuti figurano documenti di identità, passaporti, informazioni bancarie e dati relativi a operazioni in Bitcoin.
La vicenda è ora al centro di un’inchiesta della Procura di Reggio Calabria, dopo una possibile intrusione nella PEC della Prefettura. Resta da chiarire se l’account istituzionale sia stato effettivamente violato oppure semplicemente clonato.
Sul caso è intervenuta anche la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, mentre la Polizia Postale sta ricostruendo la dinamica dell’attacco.

