
Tutti matematici con l’AI che arriva in cima all’Everest.
Secondo The Economist, circa due dozzine di matematici di primo piano hanno lanciato un allarme: l’intelligenza artificiale potrebbe non solo cambiare la matematica, ma metterne in discussione le fondamenta.
Il caso è quello delle equazioni di Navier-Stokes, tra i problemi più difficili della matematica, utilizzate per descrivere fenomeni come il flusso dell’aria sulle ali degli aerei o il movimento del plasma nelle stelle. OpenAI ha annunciato progressi su un problema estremamente complesso legato a queste equazioni.
Una conquista notevole. Ma anche un interrogativo: se è l’AI a trovare la soluzione, abbiamo davvero capito il problema? Un matematico ha sintetizzato il dilemma con una metafora perfetta: essere paracadutati sulla cima dell’Everest non significa averlo scalato.
È un problema che va ben oltre la matematica. Perché più l’AI diventa capace di pensare, scrivere, calcolare e risolvere problemi al posto nostro, più rischiamo di perdere l’allenamento necessario per fare queste cose da soli.
E i dati sull’istruzione non aiutano. I risultati PISA citati da The Economist mostrano che nei 35 Paesi ricchi coinvolti nei test, le competenze di lettura dei quindicenni sono oggi paragonabili a quelle dei quattordicenni di dieci anni fa.
La tentazione è pensare: “Non importa, tanto ci sarà l’AI”, probabilmente, l’errore più pericoloso.
Perché l’AI può darci una risposta, ma per capire se quella risposta è corretta, utile o persino assurda, servono ancora esseri umani capaci di leggere, ragionare e fare domande.
La vera sfida dell’AI, quindi, non sarà impedire alle macchine di pensare al posto nostro. Sarà continuare a pensare abbastanza bene da poterle controllare.
