
Se gli algoritmi soffiano sul fuoco: Milano, i disordini e il dilemma del Digital Services Act
Dalle chat virali alla guerriglia urbana: il Governo punta il dito contro i feed social. Ma la vera sfida non sono i post, bensì le intelligenze artificiali che li amplificano.
La rabbia corre sugli schermi, sbatte contro l’algoritmo e poi esplode nelle piazze. I drammatici episodi di guerriglia urbana che hanno scosso il centro di Milano e Torino negli ultimi giorni – tra vetrine infrante e saccheggi nei supermercati – hanno riacceso una miccia mai del tutto spenta. Questa volta, però, il bersaglio del Governo non sono solo gli autori materiali delle devastazioni, ma il motore invisibile che ha reso virale la mobilitazione: le piattaforme social e i loro modelli di Intelligenza Artificiale.
Di fronte al cortocircuito tra strada e rete, l’esecutivo ha annunciato una linea durissima. Il Consiglio dei Ministri punta a introdurre un’immediata stretta normativa. L’obiettivo? Obbligare i colossi del tech a consegnare tempestivamente alla polizia giudiziaria ogni dato o traccia utile per identificare chi diffonde contenuti che incitano alla violenza o preannunciano azioni illegali.
Ma la misura d’emergenza italiana si inserisce in un quadro normativo continentale ben più ampio e articolato: il Digital Services Act (DSA) europeo. La legge quadro dell’Unione Europea sugli ambienti digitali non si limita a chiedere la rimozione dei contenuti illegali “a posteriori”, ma chiama le grandi piattaforme – da TikTok a Instagram – a una responsabilità preventiva e strutturale.
Come ha sottolineato Thomas Regnier, portavoce della Commissione Europea, il DSA impone alle Big Tech un obbligo tassativo: condurre un’accurata valutazione dei “rischi sistemici”. In parole povere, i colossi digitali devono garantire che i propri sistemi di profilazione e raccomandazione non vengano manipolati per amplificare l’odio o spingere all’azione violenta. Ed è proprio qui che entra in gioco il cuore tecnologico della questione: la governance degli algoritmi.
I feed di piattaforme come TikTok e Instagram non sono semplici bacheche passive, ma motori predittivi guidati da sofisticati modelli di machine learning. Il loro unico obiettivo matematico è massimizzare l’engagement degli utenti. Purtroppo, sul piano delle dinamiche psicologiche e sociali, ciò che genera maggior coinvolgimento (click, condivisioni, commenti) sono spesso i contenuti polarizzanti, le teorie del complotto e la rabbia viscerale.
I video delle mobilitazioni milanesi e i messaggi di protesta contro il carovita sono stati intercettati da questi algoritmi e trasformati in veri e propri “trend”. Più la tensione cresceva, più la Ai spingeva quei video nei feed dei giovani del territorio, creando un effetto cassa di risonanza che ha catalizzato la piazza nel giro di poche ore.
Il DSA europeo nasce proprio per spezzare questo meccanismo perverso. La norma stabilisce che i social adempiano agli ordini legittimi di condivisione delle informazioni con le autorità investigative nazionali. Tuttavia, applicare questa regola nell’era dell’Ai applicata ai contenuti apre complessi interrogativi etici e tecnici.
Il primo grande nodo riguarda la distinzione dei contenuti. Come fa un modello di NLP (Natural Language Processing) o un moderatore umano a distinguere con assoluta certezza un legittimo appello politico alla protesta dal linguaggio d’odio o dal preavviso di un reato? Il rischio di “over-blocking” – ossia la censura preventiva di forme di dissenso del tutto pacifiche – è estremamente elevato.
Piegare la tecnologia all’urgenza del momento senza una comprensione approfondita del fenomeno rischia di compromettere le libertà digitali. La sfida, infatti, non è trasformare la rete in uno strumento di sorveglianza di massa, ma rendere la moderazione algoritmica trasparente e responsabile.
Il caso dei disordini di Milano rappresenta dunque un banco di prova fondamentale per l’Europa intera. Il Digital Services Act dimostrerà la sua efficacia solo se riuscirà a costringere i provider a riprogettare l’architettura dei loro algoritmi, imponendo una “safety by design” che metta in sicurezza lo spazio pubblico digitale. La sicurezza fisica dei centri urbani e la salvaguardia della libertà di espressione in rete non devono essere mai viste come valori in contrasto.
Cosa fa l’Europa
Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha definito i disordini una forma di “guerra ibrida” condotta anche attraverso TikTok, YouTube e altre reti sociali. È proprio su questo terreno – moderazione delle piattaforme, contrasto a contenuti che incitano alla violenza, cooperazione tra autorità e intelligence – che l’azione europea diventa più rilevante.
l’Europa già impone nuove regole a Chatbot e Algoritmi per proteggere i minori con l’approvazione del EU KIDS Act, una proposta di legge volta a rivoluzionare l’impatto dei social media e delle tecnologie basate su intelligenza artificiale sulla vita dei più giovani. Al centro del provvedimento c’è l’inversione dell’onere della prova: spetterà ai colossi tech dimostrare che i propri servizi sono sicuri by design, sollevando utenti e famiglie da questo peso.
La normativa introduce limiti stringenti per i minori di 18 anni, colpendo direttamente i meccanismi algoritmici progettati per trattenere l’attenzione. Vengono vietati il feed basato sul profiling che trascina nei “rabbit hole” di contenuti dannosi, lo scrolling infinito e i push notturni. Massima stretta anche sui compagni virtuali e i chatbot di Ai: dovranno essere disattivati di default e non potranno più simulare relazioni interpersonali idonee a generare dipendenza emotiva o psicologica nei ragazzi.
L’accesso ai social viene gradualmente limitato: divieto totale sotto i 13 anni, “mini-account” gestiti dai genitori fino a 15 anni e stop all’uso oltre l’ora giornaliera. Per garantire il rispetto dei limiti senza sacrificare la riservatezza, l’UE punta su uno strumento di verifica dell’età che tutela la privacy senza conservare dati biometrici né documenti d’identità.
Con procedure di indagine e sanzione veloci (concluse entro 90 giorni) integrate con il Digital Services Act e l’AI Act, l’Unione Europea lancia un messaggio chiaro al settore tech: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei servizi digitali non potrà più avvenire a scapito del benessere delle nuove generazioni.
Dal luglio 2022, si applica anche il regolamento per contrastare la diffusione di contenuti terroristici online. Sulla base di queste iniziative, i contenuti terroristici devono essere rimossi entro un’ora dalla loro identificazione online. Ciò vale per le piattaforme online che offrono servizi nell’UE, al fine di garantire la sicurezza e la protezione dei cittadini.
Agli inizi del 2025 un codice di condotta, revisionato, è stato inserito nel regolamento sui servizi digitali. Questo codice, contro l’incitamento all’odio online, rafforza il modo in cui le piattaforme digitali trattano i contenuti che la legislazione nazionale e dell’UE definiscono come incitamento all’odio.
