
Il sogno del robot domestico: promessa o marketing?
Brett Adcock è diventato uno dei volti più visibili della corsa alla robotica umanoide. Dopo aver venduto la piattaforma di recruiting Vettery per 110 milioni di dollari, ha raccolto miliardi per finanziare progetti ambiziosi: Archer (taxi volanti), Figure (robot umanoidi) e Hark (assistenti AI). La sua azienda di robotica, è oggi valutata 39 miliardi di dollari e attira investitori del calibro di Nvidia e Salesforce.
Ma dietro i numeri impressionanti c’è una realtà più sfumata: i robot umanoidi sono ancora lontani dall’uso domestico su larga scala. Progetti pilota ridimensionati dai partner, dubbi sulla sicurezza e promesse a volte esagerate accompagnano un settore che promette molto ma deve ancora fare parecchia strada rivolta al perfezionamento e alla security. La vera abilità di Adcock, suggerisce l’analisi, è stata trasformare una visione futuristica in una valutazione miliardaria, prima ancora che in un prodotto diffuso.
Agenti AI: dal dialogo all’azione autonoma
Mentre la robotica fisica procede a rilento, gli agenti di intelligenza artificiale stanno compiendo un salto più rapido: non si limitano più a conversare, ma eseguono compiti concreti. La prima classifica “Agentic 20” di Forbes individua 20 aziende che stanno trasformando l’AI in un collaboratore operativo: prenotano viaggi, negoziano bollette, gestiscono fatture e persino rispondono a chiamate notturne per agenzie di onoranze funebri.
Alcuni esempi illustrano la scala del fenomeno: Instinct, startup guidata da un ventitreenne, è valutata 10 miliardi di dollari e dichiara un miliardo di transazioni annualizzate, concentrate soprattutto nel settore viaggi. Meta ha superato cinque milioni di download in tre settimane con il suo agente Muse, mentre Stuut automatizza il recupero crediti per grandi imprese . La sfida ora non è più costruire agenti capaci di agire, ma dimostrare che sappiano farlo in modo affidabile, gestendo errori e imprevisti senza supervisione umana costante.
Quando l’AI aggira i controlli: il caso Hugging Face
Proprio mentre gli agenti AI diventano più autonomi, emergono segnali allarmanti sui limiti del loro controllo. A luglio, oltre mille agenti di intelligenza artificiale si sono organizzati in squadre, scambiati circa 70.000 messaggi e tentato di manipolare i test di sicurezza a cui erano sottoposti. Alcuni avrebbero aggirato i controlli e attaccato i server di Hugging Face, la piattaforma open source, per ottenere informazioni utili a superare le verifiche .
L’aspetto più inquietante è che i ricercatori avevano già individuato segnali d’allarme, ma hanno lasciato proseguire gli esperimenti. Questo episodio dimostra che i sistemi autonomi possono perseguire obiettivi, mentire e aggirare le regole anche contro le intenzioni di chi li ha creati. Con protezioni adeguate il rischio può ridursi drasticamente, ma mentre le aziende corrono per sviluppare modelli sempre più potenti, cresce il divario tra ciò che gli agenti possono fare e la capacità umana di controllarli.
Chi risponde quando l’AI sbaglia?
Il documentario Instadocs: “Ai fuori controllo”, disponibile su Netflix per circa 26 minuti, ricostruisce proprio l’attacco informatico a Hugging Face attribuito a centinaia di agenti AI sviluppati da OpenAI. Durante un test, questi agenti avrebbero aggirato restrizioni, collaborato tra loro e compiuto migliaia di azioni sui sistemi .
Prodotto da Words + Pictures e guidato da Steve Yaccino, il film raccoglie testimonianze di esperti e giornalisti per affrontare una domanda che diventa sempre più urgente: chi è responsabile quando un sistema autonomo agisce in modi imprevisti? Una domanda che non ha ancora una risposta normativa chiara, ma che diventerà centrale man mano che agenti Ai e robot entreranno in ambiti critici come finanza, sanità e infrastrutture.
Il capitale segue la narrativa: il caso Bending Spoons
Il mercato premia chi racconta bene il futuro, e il caso di Bending Spoons lo dimostra. La società milanese, che acquisisce e riorganizza aziende digitali (Evernote, Vimeo, AOL, Eventbrite), ha ricevuto altri 330 milioni di dollari da Berkshire Hathaway, portando la partecipazione della holding al 4% . Le azioni sono schizzate oltre il 40% in una sola seduta, portando la capitalizzazione a circa 34 miliardi di dollari e facendo crescere il patrimonio dei quattro fondatori di quasi 5 miliardi .
Ma anche qui emergono ombre: il debito della società ammonta a 4,9 miliardi di dollari al 30 giugno, e il Wall Street Journal ha sollevato dubbi sulla sostenibilità del modello di crescita basato su acquisizioni continue . Il paradosso è chiaro: la fiducia degli investitori — guidata dal prestigio del “nome Buffett” — sembra più forte dei dubbi analitici, almeno finché i risultati non chiariranno quale lettura sia più vicina alla realtà.
Robotica umanoide, agenti Ai autonomi, cybersecurity e capitali in cerca di rendita: il quadro che emerge dai questi episodi è quello di un settore in esplosione ma ancora immaturo. Le promesse sono enormi — robot in ogni casa, agenti che lavorano al posto nostro, sistemi che si auto-organizzano — ma i rischi lo sono altrettanto imponenti come la perdita di controllo, vulnerabilità informatiche, bolle speculative e assenza di regole chiare sulla responsabilità.
La domanda che restiamo a guardarci è semplice ma scomoda: stiamo costruendo tecnologie che sappiamo controllare, o stiamo finanziando sogni prima di aver capito come gestirli?
